mercoledì 26 febbraio 2014

Shadow Majority e Cripto Opposizione...

Lo so, è un blog di economia e politica ma scrivo quasi sempre di politica. Però è anche vero che le uniche sollecitazioni ultimamente vengono da rumors politici più che da decisioni di economia...
Dunque il Governo è partito ufficialmente. In attesa di leggere o vedere qualcosa di più concreto sul versante della politica economica, mi è sembrato interessante il gioco delle parti durante il dibattito sulla fiducia perchè dietro il gioco della maggioranza (coalizione NCD-PD-varie ed eventuali) e opposizione (M5S-FI-SEL-Lega-varie ed eventuali) secondo me è tracciabile un incastro complesso fatto da una sparuta shadow majority (che è minoranza), una opposizione e una cripto-opposizione (che è piuttosto estesa...).
Premessa: Renzi ha chiaramente la faccia da primo della classe che te la deve spiegare e questo effettivamente già un po' indispone. Dall'altra, su ciascuna delle cose rinfacciate ai senatori e ai deputati c'è poco da dire: ha ragione su quasi tutta la linea. In effetti non ha fatto altro che usare lo stesso tono usato da Re Giorgio un anno fa per il suo discorso di (secondo) insediamento: solo che allora Napolitano ha preso le standing ovation (tanto i partiti si sentivano ancora sicuri di dettare le regole del gioco), ora sulle stesse cose Renzi ha preso solo timidi applausi (perchè ora i partiti sono terrorizzati).
Veniamo al tema.
M5S è effettivamente una opposizione agguerrita. Durante la discussione non hanno risparmiato a Renzi niente, da De Benedetti alle classiche accuse demagogiche. D'altra parte è la bestia ferita: erano la novità contro il "vecchiume" e ora si presenta uno più giovane del loro leader, che dice le loro stesse cose contro "la casta" e che pare che riesca anche a cambiare le cose. A questo punto, loro che servono a fare? Infatti, in questi giorni, più che un discorso sulla fiducia, hanno fatto tribuna elettorale...
La cripto-opposizione: direi che è evidente, dagli interventi fatti, che l'attuale maggioranza ufficiale non è altro che una cripto-opposizione. Certamente nel PD sono in stato di shock:  dove dopo aver decisivo di rendere contendibile il partito con le primarie hanno scoperto che a vincere può essere effettivamente uno che non hanno già deciso in partenza e che quindi può prendersi il partito; e in più loro, il vecchio establishment, devono pure starci. Sublime. E ieri era evidente che la fiducia era data per dovere di partito ma lo vogliono vedere tutti morto. Non che al centro o centro destra le cose vadano diversamente: da una parte sono tutti terrorizzati dalle elezioni, dall'altra sono imbestialiti (un po' a ragione) per il trattamento #enricostaisereno. Fatto sta che anche loro votano la fiducia perchè non possono fare altro.
Ma allora chi è la shadow majority? A mio parere i veri sponsor di Renzi, che fanno una fatica bestiale a non potergli votare la fiducia, sono gli uomini di Forza Italia: Renzi ha garantito loro un sistema elettorale che garantisce il più grande partito di centrodestra, li ha coinvolti nel processo rendendoli protagonisti delle riforme istituzionali, ma soprattutto credo che non abbia prezzo per loro vedere Renzi prendere a schiaffi in faccia quella maggioranza che ha fatto fuori Berlusconi dal Senato e pensava di aver raggiunto il Karma...
Nota finale su Renzi: poche volte si è visto un premier governare da solo, senza un sostegno convinto del proprio partito, che è una strategia apparentemente kamikaze. Io ricordo solo due casi (ma la mia memoria non fa testo): la Thatcher in UK e Koizumi in Giappone. Entrambi sono passati alla storia del loro paese. Chissà...  


mercoledì 19 febbraio 2014

Politically (o technically?) correct

Si sta discutendo in questi giorni di totoministri. In attesa del nuovo governo però, pensavo a un tema trito e ritrito di questi anni: meglio un tecnico o un politico? Soprattutto su ministeri chiave (Economia, Welfare, Giustizia, Coesione territoriale...)
E pensando alle varie ragioni per le quali di solito si parla in favore dei tecnici, sono arrivato a queste riflessioni che vi do in pasto qui sotto. Magari sbaglio, ma ne viene fuori un quadro sconfortante: quanto più ci si affida ai tecnici, tanto più vuol dire commissariamento non del Paese ma dei partiti di un Paese. A ben vedere, quello che è successo in Italia dal 2011 in poi... Stiamo freschi!
Ecco alcuni spunti: aggiungete pure nei commenti!
1. "Il tecnico è meglio perchè in certe posizioni serve una figura competente"
D'accordo, ma allora mi domando: se un partito o una coalizione non ha una persona competente per governare, che si candida a fare??!!
2. "Il tecnico è meglio perchè conviene che non sia legato alla politica"
Si, ma qualunque tecnico ha una posizione politica (magari non partitica, ma politica si!). Un esempio: sulla gestione della crisi non è che ci sia una "cura" scientifica esatta, tanto che per uno che propone l'austerity ce n'è un altro che rilancia sui consumi e sul debito (Abenomics dice qualcosa?). Quindi qualunque tecnico avrà sempre una visione politica che è quella che sta dietro alla teoria economica cui si ispira. E allora l'argomento della neutralità decade.
3. "Il tecnico è meglio perchè conviene che non sia legato ai partiti"
Ho capito, ma alla fine dovrà pur far passare le sue decisioni dal Consiglio dei Ministri e dal Parlamento: perciò o si instaura una oligarchia tecnica o non regge...
4. "Il tecnico fa scelte che il politico non farebbe"
Questo mi fa arrabbiare, perchè il tecnico, come dicevo, fa comunque scelte politiche. La riforma delle pensioni con la quale andrò in pensione a 145 anni (che comunque capisco e condivido) l'ha fatta un ministro tecnico, ma sottintende una scelta politica che riguarda la totalità del popolo. Allora sarebbe giusto che almeno un qualunque fesso che ha diritto di voto possa almeno esprimersi prima o eventualmente dopo se gli sembra giusto o no. Perciò scelte impopolari dovrebbero comunque avere un avallo democratico, sennò diciamocelo che votiamo per hobby!
5. "Il tecnico ce lo chiede l'Europa" (tra poco persino le mamme faranno mangiare la verdura ai bambini dicendogli che lo chiede l'Europa...)
L'Europa ha una visione politica ed economica molto chiara e per nulla asettica. Lo dimostrano perfino le discussioni sulle decisioni della BCE.  Quindi in realtà l'Europa al massimo chiede di adottare certe politiche e suggerisce tecnici in linea con quell'orientamento.
6... voi che dite?
ps: naturalmente lungi da me sparare contro gli ultimi governi... È solo per rimarcare che il problema di questi anni è il deficit dei partiti, non la presenza dell'Europa, dei poteri forti o altro...  #siamotuttinellastessa@fabriziobarca




sabato 15 febbraio 2014

Saving Mr Letta

Non so ancora se questa settimana passerà alla storia per le dimissioni del Governo Letta o per l'uscita del mitico nuovo film della Disney "Saving Mr Banks" sulla storia di Mary Poppins.
Indubbiamente grande onore delle armi per Enrico Letta: devo dire che, per quanto il suo esecutivo non passerà certo alla storia per le riforme implementate, ha saputo arginare la crisi e dare una certa stabilità politica (grazie comunque ad una squadra di livello). Forse è questo che un po' mi spiace: che nonostante alcune sbavature, il Governo era fatto di persone di un certo livello che a volte davano l'impressione di sapere di cosa parlavano, a cominciare dal premier. Anche la discrezione con la quale ha rassegnato le dimissioni senza le solite scenate su giornali e tv dimostrano una classe che gli altri si sognano. Grazie Mr Letta.
Che giudizio dare ora sulla situation?
1. Dopo 2 anni (da novembre 2011) finisce nei fatti il Governo di Re Giorgio (senza polemica, ma era evidente la svolta presidenzialista assunta dal Paese) e si torna a un governo dei partiti, coi rischi che ciò determina.
2. Renzi ha compiuto una svolta arditissima che comprendo a fatica. Forse il commento di Francesco Costa può dare la chiave di lettura più ragionevole: eccolo. Per chi non ha voglia di leggerlo tutto, in sintesi Costa dice che Renzi sa fare bene il primo della classe: perciò o guida il Governo o guida l'opposizione. Escludendo la seconda, che comunque ha fatto finora martellando singole iniziative del governo Letta, l'unico modo di governare è farlo direttamente lui, così almeno sarà meno vincolato ad altri nel fare ciò che propone. Quindi l'unica condizione che rende ragionevole aver spedito a casa quel gentiluomo di Mr Letta è che cominci da subito con riforme da far impallidire Grillo e i vecchi politicanti. Sennò altro che Saving Mr Banks: l'unica speranza nel "si salvi chi può" sarà un posto sull'Arca di Noah... (anche questo imperdibile!!!)

PS: lancio una proposta che spero non cada nel vuoto. Un sondaggio. Secondo voi che riforma deve fare in primo luogo il Governo Renzi? Un solo concetto, semplice, da mettere nei commenti a questo articolo. Parto io: Riformare la Pubblica Amministrazione!

giovedì 13 febbraio 2014

Parola di Economist!

Nel numero dell'Economist dell'8-14 febbraio, la consueta rubrica "Leaders" parla della prossima Commissione Europea e della situazione del vecchio continente.
Premessa: in tempi non sospetti, quando si cominciava a parlare del successore di Bernanke alla FED, il candidato naturale di Obama era Lawrence Summers, ex segretario USA al Tesoro sotto Clinton. Eppure "this newspaper" (come di solito la redazione usa riferirsi al giornale quando esprime una valutazione di questo genere) suggeriva che "fittava" molto di più per quel posto Janet Yellen. Sappiamo come la cosa è finita.
Torniamo all'Europa. This newspaper ha prima evidenziato lo stato comatoso dell'economia europea, cosa effettivamente condivisibile. Parla poi delle incombenti elezioni europee, evidenziando il rischio di numerosi europarlamentari provenienti da liste euroscettiche, e anche su questo non si può dargli torto. Riprende poi la novità di queste elezioni per cui il Presidente della Commissione Europea sarà scelto dal Consiglio Europeo tenendo conto dei risultati delle elezioni per il Parlamento: in poche parole, anche se non esiste un vero vincolo, le liste presenti alle elezioni che risulteranno maggioritarie in parlamento indicheranno il nome del successore di Barroso. In questi mesi i candidati sono già stati presentati o pseudoconfermati, ed è qui che this newspaper comincia a divertirsi: Schulz per il PSE (presidente del Parlamento Europeo sul cui cattivo funzionamento l'Economist non risparmia critiche); Junker, il più accreditato per ora per il PPE (ex premier del Lussemburgo, piccolo paese dell'Unione lamenta this newspaper); Verhofstadt per l'ALDE. Giudizio finale: tutti "Euro-crats" (e devo dire che proprio tutti i torti non li ha...).
Ma allora cosa suggerisce this newspaper?
In una chiosa straordinaria, l'Economist lancia la bomba: a suo parere bisognerebbe bypassare i risultati elettorali, perchè tanto i cittadini europei non votano consapevolmente, e propone alla Merkel (occhio: alla Merkel, non al Consiglio Europeo!!) che il nome giusto è Christine Lagarde.
Devo dire che non mi fa strano il nome della Lagarde, ma più che altro il metodo che l'Economist propone, alla faccia del deficit democratico di cui si accusa la UE. Ciò detto, se va a finire così, bisogna abbonarsi all'Economist per sapere in anteprima cosa succederà!
Ah, dimenticavo! Andrà nominato anche il Presidente del Consiglio Europeo, successore di Van Rompuy: sapete chi è il preferito di this newspaper? Mario Monti: parola di Economist!

Bad Bank, Good Idea?

L'idea di una bad bank per far fronte ai crediti deteriorati piace eccome. Infatti il governatore della Banca d'Italia, nel suo discorso all'annuale convegno degli operatori di mercato (link), confida sul fatto che la creazione di questi tipi di interventi "volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati" vanno nella giusta direzione. "Interventi più ambiziosi [...] non sono da escludere, possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell'economia". Unica condizione, che lo Stato non sopporti alcun costo, dato l'ingente debito.
Difatti gli esempi più recenti di Spagna e Irlanda prevedevano, seppur in maniera ridotta, l'intervento dello Stato e dei contribuenti.

L'ipotesi, riportata dalla Reuters, al momento parlerebbe della creazione di una simil bad bank costituita dai crediti deteriorati delle due principali banche italiane (Intesa e Unicredit), in tutto circa 120 miliardi, affidando poi la gestione al fondo specializzato KKR.

In breve un vantaggio per le due banche che si priverebbero di asset tossici recuperando un valore nettamente minore, ma liberando il bilancio da crediti pesanti in vista degli stress test estivi e degli indici richiesti da Basilea 3 già per il 2015.

Come funziona in brevissimo una bad bank è presto spiegato. Se qualcuno vi deve 1000 euro e alla scadenza non è in grado di far fronte al pagamento, voi potreste concedere altro tempo, sperando che le condizioni migliorino e riavere indietro i vostri soldi. Il problema è che nel frattempo non potrete usare quei soldi per concedere altri prestiti. Se la situazione del debitore, però, dovesse peggiorare e quasi sicuramente non avere più indietro i vostri 1000 euro, potreste dire "dammi 300 euro e non ne parliamo più", iscrivendo una perdita di 700 euro.
La bad bank vi permetterebbe invece di avere un nuovo soggetto disposto a pagarvi 400 euro per acquistare il debito di mille, ed occuparsi lei della riscossione del debito. La banca in questo caso avrebbe subito dei nuovi fondi da reinvestire in nuovi prestiti e un bilancio pulito pulito.

Ecco adesso il punto veramente dolente. Ma i nuovi fondi incassati verrano veramente utilizzati per "il finanziameno dell'economia" reale? Infatti il calo dei prestiti alle imprese italiane ha prodotto un bel -9% negli ultimi due anni.
Un aiuto arriva ancora dal governatore che in chiusura di discorso ci ricorda che "la capacità delle banche di stimolare e sostenere [...] l'attività innovativa delle imprese è in altri paesi uno dei principali motori di crescita."
"Il sistema finanziario deve riguadagnare, anche da noi, la fiducia del pubblico [...]. Deve dimostrare di saper svolgere appieno la propria funzione".
Tocca alle banche, a questo punto, trasformare le parole in fatti.

#iostoserenoanzizen

Mercoledi 12 febbraio senti la presentazione del programma "Impegno Italia" del premier (attuale) e lo scarichi da internet (qui). Lo leggi e ti domandi perchè certe misure non siano state prese prima: a ben vedere, data la vaghezza, forse capisci che anche stavolta comunque non si faranno...
E poi senti i silenzi del premier ombra (futuro in pectore?) e ti domandi cosa è cambiato nelle ultime due settimane per passare da #enricostaisereno alla situazione attuale.
Mah, sarà... ma #amemigirano...

martedì 11 febbraio 2014

La mia grossa grassa privatizzazione italiana

Era effettivamente un po' di tempo che non ritornavano di moda le ottime privatizzazioni in salsa italiana. Ce ne sarebbe da scrivere in proposito: Da Rold, su ilsussidiario.net, ha scritto un romanzo a puntate davvero molto interessante (ecco la prima). Però racconto solamente un episodio simpatico delle ultime settimane.
Ero a cena con uno dei più importanti esperti di non profit al mondo, docente americano pluricitato nelle pubblicazioni di mezzo mondo.
Stavamo cercando di fargli capire le ultime decisioni del Governo in tema di privatizzazioni: "You know..., c'è bisogno di dismettere alcune proprietà statali per ridurre lo stock di debito; questo è anche un modo per rendere più "popolari" queste decisioni che generalmente popolari non sono, soprattutto se la privatizzazione riguarda aziende molto delicate...".
Mentre lui incalzava con le domande ho realizzato questo pensiero. Ma è vero o no che noi privatizziamo dagli anni '90 ma il debito continua a salire? E siamo al 133% del rapporto debito/PIL! Vabbè, c'è la crisi, ma qualcosa vorrà dire che lo Stato vende ma il debito non si riduce: forse, in effetti, dietro lo specchietto per allodole della riduzione del debito c'è la consapevolezza che svendendo qua e là, per un altro po', si possono rinviare certe riforme di spesa??**
Sentite ora che cosa ha raccontato questo luminare, mentre restava shoccato della situazione italiana: in diversi paesi, USA ma anche Germania, Olanda e perfino in Asia, si è verificato più volte il fenomeno che lui chiama della philanthropization, vale a dire che grossa parte o tutto il ricavato di una privatizzazione viene destinata ad un fondo in mano a fondazioni ad hoc che investono a scopo sociale. Privatizzi l'industria automobilistica? I ricavati finiscono in mano ad una fondazione che gestirà il patrimonio per promuovere progetti ed iniziative in favore dei lavoratori o della ricerca su quel settore industriale.
Mi domando: ma cosa succederebbe se i nostri comuni, invece di continuare a buttare via soldi nelle utilities decidessero di privatizzarle (se non riescono a gestirle meglio!) e investire il ricavato nella spesa per il sociale che stanno continuando a tagliare? Per non parlare della spesa sociale a livello nazionale...
Fantascienza, però l'idea mi stimola... E a voi?

**Per esempio (piccola nota polemica): mi spiegate l'investimento di Poste italiane in Alitalia? Ma più della mossa in sè, come si fa a smentire la Commissione UE che parla di aiuti di stato? O a dire, come ha fatto un nostro ministro, che si tratta di una vera partnership industriale?! My goodness!!!

sabato 1 febbraio 2014

Fiat (electro)lux

Il recente caso Electrolux e' un bigino di politica industriale italiana, oltre ad un importante barometro del negazionismo governativo sulle problematiche economiche che affliggono il paese. Gli spunti utili di riflessione che offre sono molteplici, cerchiamo qui di seguito di individuarne alcuni

Il fatto in se' non e' una vera notizia: senza passare dalle prime pagine dei quotidiani, centinaia di imprese negli scorsi anni hanno scelto di delocalizzare la produzione a poce centinaia di km di distanza. Quello che fa scalpore e' in qualche modo il "candore" della proposta (cosi' come la completezza e puntualita' della stima che ne guida la ratio economica, cioe' i 30 euro di perdita per lavatrice) ed il fatto che a venir decentralizzati siano sempre piu' settori con maggiore contenuto tecnologico, impoverendo ulteriormente il capitale umano locale. Inutile dire che un "quick fix" non e' presente, il che rende la situazione ancora piu' simbolica

Facendo un passo indietro ed esaminando le reazioni delle forze coinvolte (oltre all'impresa) colpisce la totale mancanza di proposte/ragioni offerte per rimanere nel Bel Paese a produrre. E' quindi assai poco sconvolgente che Zanonato non si dica "convinto", in particolare perche' nessuno e' stato convincente. E' facile ascrivere il problema alla pressione fiscale, facile quanto incompletoo. Nei calcoli del tax wedge (la differenza tra il costo di un lavoratore per un'impresa ed il salario effettivamente percepito dal lavoratore) l'italia e' indubbiamente oltre la media europea, ma dietro, tra le altre, a Germania e Francia. Il problema, come peraltro sottolinea anche Ichino, va esteso alla produttivita' e all'avversione nei confronti dell'investimento estero e non e' possibile ignorare come in in Italia sia mancato un vero aggiustamento dei costi unitari del lavoro, a differenza di quanto invece osservato per la stragrande maggioranza dell'eurozona (slide 5)

http://www.jpmorganassetmanagement.lu/EN/dms/Guide%20to%20the%20Markets%20Quarterly%20[MKR]%20[LU_EN].pdf

Sorgono a questo punto tre questioni fondamentali.

In primis, senza volermi addentrare nel dibattito su quale delle concause di cui sopra sia dominante, l'handicap industriale italiano e' sempre piu' evidente. Il paragone con i cugini dell'est europa e la penisola iberica, dove la Spagna che ha trovato nell'export un motore per la crescita a fronte di un aggiustamento molto piu' marcato dei salari reali, e' impietoso. Se il Job Act potrebbe essere un passo nella giusta direzione, ogni politica industriale di successo non puo' che essere lungimirante nel guardare alla qualita' del umano e al product mix del paese sia in termini di incentivi (alle imprese) che in termini di risorse allocate (alla ricerca). Per il resto, chiedere ad un'azienda di produrre lavatrici in perdita quando potrebbe farlo con profitto sempre all'interno dell'Unione Europea non mi pare una strategia vincente. Sempre che per le lavatrici non entrino in gioco considerazioni diverse da quelle in uso per le macchine, ma a Torino non penso sarebbero d'accordo.

In secondo luogo, i cosiddetti "diritti per cui abbiamo combattuto per anni", spesso sbandierati dai sindacati, si configurano sempre di piu' come un prodotto di un borghesismo latente nel guardare al lavoro piuttosto che delle vere conquiste nella tutela del lavoratore. Al di la' delle conseguenze gia' citate sulla competitivita', questa retorica aiuta una concezione del lavoro e del reddito quasi completamente scissa dalla realta' dei fatti, portando ad una strenua difesa dello status quo contro tutto e tutti (e tra questi "tutti" figurano troppo spesso le nuove generazioni o, in una parafrasi piu' immediata, i propri figli)

Infine, non rimane al di fuori del problema il doloroso tema dell'Europa: uno stato fondamentalmente poco aperto all'investimento estero e alla competizione si scontra contro la politica (piu' o meno tacita) di costringere la periferia Europea ad una deflazione dei fattori produttivi. La storia confermera' la scelleratezza o meno dell'idea, ma non dobbiamo aspettare molto per renderci conto che il nostro paese e' indietro coi "compiti" e non e' aiutato da progressi in altri ambiti (il settore bancario per citarne uno). Di nuovo, e' impensabile affrontare questi temi con un decreto legge mentre e' immorale non affrontarli..