Il recente caso Electrolux e' un bigino di politica industriale italiana, oltre ad un importante barometro del negazionismo governativo sulle problematiche economiche che affliggono il paese. Gli spunti utili di riflessione che offre sono molteplici, cerchiamo qui di seguito di individuarne alcuni
Il fatto in se' non e' una vera notizia: senza passare dalle prime pagine dei quotidiani, centinaia di imprese negli scorsi anni hanno scelto di delocalizzare la produzione a poce centinaia di km di distanza. Quello che fa scalpore e' in qualche modo il "candore" della proposta (cosi' come la completezza e puntualita' della stima che ne guida la ratio economica, cioe' i 30 euro di perdita per lavatrice) ed il fatto che a venir decentralizzati siano sempre piu' settori con maggiore contenuto tecnologico, impoverendo ulteriormente il capitale umano locale. Inutile dire che un "quick fix" non e' presente, il che rende la situazione ancora piu' simbolica
Facendo un passo indietro ed esaminando le reazioni delle forze coinvolte (oltre all'impresa) colpisce la totale mancanza di proposte/ragioni offerte per rimanere nel Bel Paese a produrre. E' quindi assai poco sconvolgente che Zanonato non si dica "convinto", in particolare perche' nessuno e' stato convincente. E' facile ascrivere il problema alla pressione fiscale, facile quanto incompletoo. Nei calcoli del tax wedge (la differenza tra il costo di un lavoratore per un'impresa ed il salario effettivamente percepito dal lavoratore) l'italia e' indubbiamente oltre la media europea, ma dietro, tra le altre, a Germania e Francia. Il problema, come peraltro sottolinea anche Ichino, va esteso alla produttivita' e all'avversione nei confronti dell'investimento estero e non e' possibile ignorare come in in Italia sia mancato un vero aggiustamento dei costi unitari del lavoro, a differenza di quanto invece osservato per la stragrande maggioranza dell'eurozona (slide 5)
http://www.jpmorganassetmanagement.lu/EN/dms/Guide%20to%20the%20Markets%20Quarterly%20[MKR]%20[LU_EN].pdf
Sorgono a questo punto tre questioni fondamentali.
In primis, senza volermi addentrare nel dibattito su quale delle concause di cui sopra sia dominante, l'handicap industriale italiano e' sempre piu' evidente. Il paragone con i cugini dell'est europa e la penisola iberica, dove la Spagna che ha trovato nell'export un motore per la crescita a fronte di un aggiustamento molto piu' marcato dei salari reali, e' impietoso. Se il Job Act potrebbe essere un passo nella giusta direzione, ogni politica industriale di successo non puo' che essere lungimirante nel guardare alla qualita' del umano e al product mix del paese sia in termini di incentivi (alle imprese) che in termini di risorse allocate (alla ricerca). Per il resto, chiedere ad un'azienda di produrre lavatrici in perdita quando potrebbe farlo con profitto sempre all'interno dell'Unione Europea non mi pare una strategia vincente. Sempre che per le lavatrici non entrino in gioco considerazioni diverse da quelle in uso per le macchine, ma a Torino non penso sarebbero d'accordo.
In secondo luogo, i cosiddetti "diritti per cui abbiamo combattuto per anni", spesso sbandierati dai sindacati, si configurano sempre di piu' come un prodotto di un borghesismo latente nel guardare al lavoro piuttosto che delle vere conquiste nella tutela del lavoratore. Al di la' delle conseguenze gia' citate sulla competitivita', questa retorica aiuta una concezione del lavoro e del reddito quasi completamente scissa dalla realta' dei fatti, portando ad una strenua difesa dello status quo contro tutto e tutti (e tra questi "tutti" figurano troppo spesso le nuove generazioni o, in una parafrasi piu' immediata, i propri figli)
Infine, non rimane al di fuori del problema il doloroso tema dell'Europa: uno stato fondamentalmente poco aperto all'investimento estero e alla competizione si scontra contro la politica (piu' o meno tacita) di costringere la periferia Europea ad una deflazione dei fattori produttivi. La storia confermera' la scelleratezza o meno dell'idea, ma non dobbiamo aspettare molto per renderci conto che il nostro paese e' indietro coi "compiti" e non e' aiutato da progressi in altri ambiti (il settore bancario per citarne uno). Di nuovo, e' impensabile affrontare questi temi con un decreto legge mentre e' immorale non affrontarli..
Ciao Enrica,
RispondiEliminadavvero molto interessante l'articolo. Ci stavo pensando al fatto che (e su questo do ragione a Renzi) in Italia ormai si discute e si titola su qualunque cosa ma il tema Electrolux e FIAT (o FCA che dir si voglia) non ha suscitato nessun vero dibattito (a parte le esternazioni isteriche di Della Valle...). Ciò detto:
1. Molto vere le argomentazioni e le conclusioni che poni: ho cercato qualche dato sul tax wedge (pagina 1 di http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/themes/20_tax_burden_on_labour.pdf) ed è veramente incredibile, soprattutto se confrontato al dato tedesco.
2. Non sono in grado di riprendere la fonte, ma sembra che però la produttività nelle aziende medie italiane (che sono uno sputo rispetto alle piccole) è più alta che nelle corrispondenti tedesche; al contrario, sul dato aggregato, la nostra produttività è inferiore. Come dire: perchè lì accade? Forse dovremmo investigarlo meglio!?
3. Concordo che il problema sia la totale mancanza di una politica industriale, ormai da diversi anni (anche tra gli industriali, eh!). Si discute di investimenti in infrastrutture e riforme del fisco, ma, a parte che non si fa nulla di decisivo neppure su questi temi, manca una vera sana politica industriale come l'ha fatta Schroeder, Thatcher, Aznar ai loro tempi.
Ma tu hai qualche interessante commento da postare sull'Irlanda? Può essere un modello credibile?